L’Arboreto ed i Massimo di Montefortino (oggi Artena)
L’Arboreto era una vasta proprietà fondiaria situata ad Artena in località S. Egidio, limitata ad ovest dalla Valle di S. Stefano, che deve il suo nome alla presenza di ordinati filari di alberi tra i quali era praticata la coltivazione della vite, come risulta chiaramente da un contratto di affitto del feudo di Montefortino del 1631, dove, a proposito della «vigna bassa dell’Arboreto», all’affittuario viene consentito di poter tagliare: “… filaro d’arbori sì e l’altro no, e Ii terreni metterli a coltura, etfarvi quello che gil tornarà comodo, e tanto delli arbori, quanto delli vitami, che stimarà, ne possi fare detto Affittuario quello che Ii piacerà, con questo che l’Arbori che vi restaranno debba tenerli ben coltivati, e con le sue viti, e quelle portarle à suo tempo con rimetterle dove faranno bisogno, e così anco seccandosi un arbore vi debba rimettere un altro in loco di quello.” In altre località come ad esempio Tivoli o Bagnoregio la vite si sposava con le canne, mentre a Guarcino oltre alle canne anche con pali, pertiche ed alberi. La presenza del castagno, del noce, della quercia, del cerro negli appezzamenti a vigna era quasi sempre limitata a pochi esemplari, posti talora a segnarne il confine. E’ piuttosto all’olivo ed all’olmo che sembra affidarsi nei casi di più organica sistemazione il ruolo di alberotutore. In particolare, il primo ben si prestava, per l’affinità ecologica, ad assisterne l’impianto sui terreni periferici dagli ampi interfilari; quanto all’olmo, che ha rare menzioni, è pur l’unico ad essere espressamente richiamato nello statuto di Guarcino. Talora è stata accertata anche un’ associazione tra vite e fico. Nel nostro caso l’impressione è che gli alberi tutori non fossero ulivi. Quanto all’abitazione vera e propria presente sul fondo, disponiamo di due documenti: il primo di inizio ‘600 die elencando i beni posseduti in Montefortino dai fratelli Massimo, a proposito di quelli spettanti ad Ascanio cita l’Arboreto. Riporto le esatte parole: “Un arboretto con vigne attaccate in tutto rubble 12 con una habitazione quale minaccia rovina”. Ed ecco quindi La prima informazione che ci ragguaglia sul cattivo stato di manutenzione della villa. L’altro documento, intitolato: “Relazione su le strade che si faceano per andare da Frascati a Montefortino” e compilato in occasione della yenuta del pontefice Paolo V nell’ottobre 1615 (Paolo V venne anche il 2 giugno del 1617, ma sembra più logico che questa sorta di guida stradale si riferisca al primo viaggio) illustra l’itinerario stradale dalla villa tuscolana di Mondragone al neo acquisto del Cardinale Scipione Borghese. Egli infatti aveva comprato il feudo di Montefortino, precedentemente diviso in quote tra i Colonna ed i Massimo, in due tranches nel maggio del 1614 e nell’agosto dell’anno successivo. L’Arboreto viene descritto in questa sorta di guida al punto dove la via, dopo aver superato il fontanile delle Macere si avvicinava all’abitato: “… dove imbocca il viale di detta villa, o Arboreto, e dura per un terzo di miglio sino a! Palazzo, e per un Portone capace si passa sotto il Palazzo, e si esce nella piazza avanti ad esso, dove sono due Cappellette, chiamate da I Terrazzani Cone, una di S. Lucia alla banda manca di detto Palazzo, e l’altra Ia Cona di Lanze, dal nome di chi la fece, coll’Imagine della Madonna Nostra Signora, nè in luna, nè in l’altra si celebra Messa.” Da notare, inoltre, come da altra documentazione risulti piuttosto evidente l’individuazione dell’Arboreto quale uno dei luoghi privilegiati per La produzione vinicola del Card. Scipione Borghese, infatti la yendemmia del 1615 fruttò 627 barili di vino, cioè circa la metà dell’intera raccolta del Cardinale che ammont6 a 1.235 barili, ai quali se ne andaad aggiungere altri 352 avuti dai coloni per corrisposta (o quarta parte del raccolto) che furono fatti ribollire per dar tono a tutto il vino prodotto quell’anno. La villa dell’Arboreto che versava in cattive condizioni all’inizio del 1600, evidentemente dovette beneficiare di un qualche intervento di restauro se nel 1656 divenne sede di uno dei lazzaretti allestiti a Montefortino per la peste. Per capire la funzione di questa villa di campagna nell’organizzazione sanitaria, approntata per fronteggiare l’epidemia, è necessaria qualche breve nota per illustrare cosa fosse in quell’epoca la peste. Per noi, uomini moderni, è difficile comprendere cosa significasse per le comunità del passato l’arrivo del flagello nero. Ce ne fornisce un’idea rapida e sintetica il grande scrittore francese Albert Camus quando dice: “La peste sopprime il futuro, i mutamenti di luogo e le discussioni.” Il responsabile della terribile malattia è un parassita del ratto che a seguito di morie di questi roditori punge l’uomo, trasmettendogli il terribile bacillo. Ebbene le conoscenze mediche del passato ignoravano del tutto l’esistenza dei microbi, attribuendo molti mali, tra i quali la stessa peste, ad una corruzione dell’aria che a sua volta contagiava l’uomo. In sostanza i topi e le pulci non furono mai sospettati di essere la causa prima della peste per il semplice fatto che essi erano una costante della società del tempo. L’organizzazione sanitaria approntata all’uopo a Roma e poi in tutto lo Stato Pontificio perseguiva due obiettivi fondamentali: 1. isolare i territori infetti, limitandone gli scambi commerciali e la circolazione delle persone; 2. fornire una buona organizzazione sanitaria, sociale e spirituale, in particolare ai malati poveri. La struttura sanitaria primaria si fondava essenzialmente sui lazzaretti, cioè gli edifici adibiti all’assistenza dei contagiati o presunti tali, che si distinguevano nei: 1. lazzaretti, detti anche neri, per gli infetti di peste; 2. lazzaretti per La quarantena di coloro che, pur non avendo sintomi della malattia, avevano avuto contatti con ambienti sospetti o persone malate; 3. infine i lazzaretti, detti bianchi, per i convalescenti che, guariti dal terribile morbo, erano però ancora deboli e bisognosi di cure per riacquistare la buona salute. La complessa e severa struttura sanitaria pontificia diede complessivamente buoni risultati, se consideriamo che la peste del 1656 mietè a Napoli ben 150.000 vittime ed a Genova 60.000, pari, rispettivamente, al 50% ed al 60% degli abitanti, mentre a Roma morirono in 14.000, pari al 12%. A Montefortino fu riprodotto in scala ridotta il modello di organizzaromana. Con l’istituzione al Convento di S. Maria di Gesù del lazzaretto nero per i contagiati dalla peste, a S. Maria delle Letizie di quello per la quarantena dei sospetti e all’Arboreto del convalescenzario. Morirono di peste 154 persone, pari all8% dell’intera popolazione di quel periodo, che se confrontato con il 35% di Velletri, il 36% di Carpineto o il drammatico 63% di Nettuno dimostra l’efficienza ed anche la fortuna della macchina organizzativa locale, a cui l’Arboreto diede un valido contributo. Un’ultima curiosità in proposito. Durante la ricerca storica che, in un futuro prossimo, dovrebbe confluire in una pubblicazione su S. Maria delle Letizie ho rintracciato il registro dello speziale (cioè del farmacista) che durante i terribili giorni della peste preparò i medicamenti somministrati ai malati. Ebbene tra questi ce nè anche uno specifico che veniva dato ai convalescenti ospitati all’Arboreto per corroborarne la salute: era la terriaca, ossia un medicamento allora considerato portentoso e composto da una grande varietà di elementi, di cui il principale era la carne di vipera. La nobile famiglia Massimo fu quella che probabilmente costruì l’Arboreto e che lo possedette prima della vendita ai Borghese nell’agosto del 1615. L’orgoglio di quest’antica famiglia romana si può sintetizzare in un noto aneddoto, riferibile ad una conversazione avvenuta nel febbraio del 1797 tra il marchese Camillo Francesco Massimo, uno dei plenipotenziari inviati a Tolentino da Pio VI per trattare la pace con i Francesi, e Napoleone che allora era ancora il generale Bonaparte, seppure comandante in capo dell’Armata d’Italia.“Si dice che voi discendiate da Fabio Massimo, iI grande avversario di Annibale. Ma questo non è certamente vero.”, disse Napoleone al marchese Camillo, che gli rispose con fine ironia: “Non saprei come provare questa discendenza. ma e una diceria che ricorre in famiglia da milleduecento anni.”I Massimo ebbero una quota del feudo di Montefortino, a seguito del matrimonio di Luca con Virginia Colonna. Da quest’unione nacquero cinque figli: Lelio, Fabio, Pompeo, Ascanio e Carlo che, con esclusione del solo Pompeo, combatterono tutti valorosamente contro i Turchi nelIa famosa battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571, anzi il primogenito fu sulla stessa nave di Marcantonio Colonna, comandante della flotta pontificia. Lelio è, poi, anche legato ad una delle più tristi e celebri tragedie della fine del 500: l’omicidio della giovane sposa ad opera di alcuni figli del precedente matrimonio dello stesso Lelio che, colpiti dalla maledizione paterna, morirono poi tutti di morte violenta. Ascanio che insieme con Carlo ebbe una quota del feudo di Montefortino, vi dimorava quasi in continuazione. L’Arboreto, come abbiamo visto in precedenza, rientrava tra le sue proprietà e, certamente, qui, nella villa di campagna, visse più di qualche tempo.Un cugino dei cinque fratelli: Fabrizio Massimo fu amico e protettore di S. Filippo Neri, sempre presente nelle gioie e nei lutti della nobile Casa. Il 16 marzo del 1583 gli moriva Paolo, il figlio quattordicenne colpito da febbre maligna.Il ragazzo era il prediletto di S. Filippo che, appresa la notizia si precipitò al capezzale del defunto. Il santo chiamandolo per nome ne spruzzò d’acqua benedetta il corpo. Paolo apri gli occhi e si riebbe. I due parlarono a lungo tra di loro, poi il santo gli chiese se, confessatosi, sarebbe tornato a morire volentieri. Paolo gli rispose di sì, al che S. Filippo gli disse: “Orsù. va. che sii benedetto e prega Dio per me! La temporanea resurrezione del giovane Massimo commosse ed esaltò tutta Roma. Tantochè, per quella che divenne poi una pia consuetudine, il 16 marzo di ogni anno, almeno fin quasi ai nostri giorni, le porte di palazzo Massimo si aprirono per un grande ricevimento offerto a tutti. Concludendo, credo che la contrada di Artena, già Via di Velletri ed oggi opportunamente ridenominata Arboreto, si riappropri giustamente del passato di questo angolo del territorio, fregiandosi del bellissimo e prestigioso blasone dei Massimo che qui a Montefortino vissero e lasciarono tracce della loro storia avventurosa, a tratti anche gloriosa.
Alfredo Serangeli
Direttore dell’ Archivio Storico “Innocenzo III”

